Pelican Milk featuring Massimo Manzi

 

La Casa Degli Artisti

 

Li abbiamo conosciuti in una piovosa mattina settembrina al MEI di Faenza. Si fermano al nostro stand DOC e comincia una lunga e simpatica chiacchierata in cui ci raccontano una bella storia tutta italiana culminata nel disco di cui ora vi parliamo.

 

Questa è una bella storia, una di quelle che fanno tanto bene allo spirito e certamente alla musica. Chi conosce le Marche e tutto quel territorio compreso tra Fossombrone e Fermignano, nella provincia di Urbino, avrà familiarità con posti come la Valle del Metauro, la Gola del Furlo ecc., – tutti facilmente raggiungibili percorrendo la Flaminia – e sa che quei posti sono pregni di magìa.

In uno di quei boschi c’è la Casa degli Artisti, magìa nella magìa, luogo reale, fisico, in cui gli artisti possono esprimersi nelle più diverse discipline che la Land Art possa offrire. Non solo musica quindi ma anche poesia, scultura, installazioni ecc. Cose di questo tipo ricordano tanto uno dei periodi aurei dell’arte italiana, il ’500 ed i suoi mecenati.

Oggi che i mecenati sono un pò di meno, possono essere alcune associazioni culturali quali – appunto – la Casa degli Artisti e Le Nuvole a permettere la realizzazione di qualche progetto come – in questo caso – questo disco.

E passiamo quindi alla musica e ai musicisti. Deus ex machina del progetto è Alex Savelli, co-fondatore dei Pelican Milk, band legata a tutte quelle sonorità comprese tra hard, blues, psychedelia, progressive e così via, cioè lo zoccolo duro degli anni sessanta e settanta.

Quegli anni erano però anche anni di grande apertura mentale in cui trovavano spazio l’improvvisazione e le jam, le free sessions e le contaminazioni con altri generi quali ad esempio il jazz. Ed è proprio questo lo spazio cui i Pelican Milk tendono ad occupare ed in tal senso non sono affatto un caso le collaborazioni con personaggi di culto quali Ares Tavolazzi degli Area o Paul Chain, vate della nostra scena space-stoner-doom sperimentale.

Per La Casa degli Artisti, Alex che è chitarrista ha ben pensato di chiamare il suo sodale Terence Todaro a piano e tastiere, Ore Strane, fondatore degli euro-mediterranei Obelisco Nero al clarino ed all’ocarina e Guido Zenobi al basso. Mancava ancora la batteria.

 

Non so come e perchè la scelta sia caduta su Massimo Manzi, fatto sta che nome più adeguato non poteva esserci e non solo perchè “l’elemento jazz” è quello che mancava a legittimare lo spirito free-impro dell’operazione ma anche perchè la sua figura di rilievo internazionale ha dimostrato fin da subito una grande empatia condividendo in pieno l’approccio sotteso al progetto.

 Il risultato sono 14 visioni di improvvisazione pura e poetica capace di disegnare paesaggi bucolici squarciati da chitarrismi floydiani, tracce in cui la matrice jazz-rock è ovviamente così forte che – coniugandosi ad un certo spirito free – arrivano in più momenti a richiamare figure epiche quali la Mahavishnu Orchestra di John Mc Laughlin e certe atmosfere notturne del Miles elettrico, senza essere però mai cerebrali.

Ed ancora oscuri arpeggi folk acustici e sinuosi passaggi rock/jazz/folk allusivamente etnici. Felpati a tratti, inquietamente zeppeliniani in altri. Ora dimenticate tutte queste fantasmagorie personali ed il potenziale inespresso dalle mie  parole poichè questi linguaggi universali sono sempre molto di più della semplice somma algebrica delle parti. Sperimentatelo da soli ascoltando il disco che potete trovare contattando i riferimenti che riporto di seguito e sappiate che i freakettoni per fortuna non sono ancora tutti estinti.

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savelli2010@hotmail.com

malfeda@libero.it

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