Doppio Compleanno per i Marlene Kuntz: i 20 anni di Catartica ed i 15 anni in Doc Servizi

 

 

Il collega Fabio mi dice 'oggi Catartica dei Marlene Kuntz compie 20 anni, loro sono soci della nostra cooperativa, tra i più affezionati, meritano uno special'.

Penso che lui abbia ragione ed istintivamente rispondo 'ok, scriviamo un articolo'.

Poi mi rendo conto della cosa con cui devo misurarmi. Non certo un ovvio 'pezzo' musicale, meno che mai di un'altra recensione di Catartica di cui non c'è bisogno.

Qui si tratta di affondare nei ricordi, nelle emozioni di un passato, di una memoria non necessariamente individuale ma generazionale. Chi viaggia intorno ai quaranta sa che è così e può capire.

 

Nel 1994 si formano bands come At The Drive-In e Foo Fighters, Shellac e Wilco.

Escono album come Downward Spiral dei Nine Inch Nails e Superunknown dei Soundgarden, Vitalogy dei Pearl Jam e Grace di Jeff Buckley. Ed ancora il terzo disco dei Kyuss ed il primo di Elliott Smith. Ma è soprattutto l'anno in cui Kurt Cobain si tira un colpo in testa.

In altri termini la scena indipendente per come l'abbiamo conosciuta fino a quel momento si sta trasformando profondamente, il grunge di prima generazione è irrimediabilmente e naturalmente finito ed il noise si sta nutrendo con la linfa del metal e dell'industrial. E' un anno caldo, eccitante quanto drammatico.

 

Catartica non è solo il primo album dei Marlene Kuntz ma è anche il primo album del Consorzio Produttori Indipendenti, nato dalla fusione dei Dischi del Mulo e Sonica. Per chi non ricordasse o per i più giovani, parliamo delle 'creature' di Zamboni e Ferretti da un lato, Maroccolo e Magnelli dall'altro. Cioè CCCP, CSI e Litfiba, giusto per rievocare un passato glorioso quanto significativo di come anche noi italiani grazie a questi nomi abbiamo potuto vantare artisti e dischi di livello altissimo nel campo della musica cosiddetta indipendente.

Un disco come Catartica non poteva nascere sotto migliore auspicio.

 

 

Cristiano Godano, Luca Bergia, Riccardo Tesio e Gianluca Viano (il primo dei quattro bassisti nella storia dei MK) rappresentano in quel momento la cosa più innovativa che potesse capitare al rock alternativo del belpaese. Sono i primi ad introdurre elementi mutuati da quel mondo più grande, più americano, fatto di mostri sacri ed icone quali Sonic Youth e Nick Cave cui spesso sono accostati, e per questo sono anche tra i primi a violarne i codici, a rinnovare i linguaggi dell'indie rock nostrano riuscendo nell'arte rara e sopraffina di accompagnare ad un rock ormonale dei testi in italiano poetici, ermetici, crudi, difficili ed onirici.

E noi 'giovani degli anni novanta' lì a chiederci se il lavoro sulla 'parola' del Godano fosse ascrivibile ad una consolidata tradizione letteraria dal grande respiro o ad un ottimo esercizio di stile atto a scardinare i soliti luoghi comuni del rock and roll. Rispondeva a queste domande l''altra' poetica, quella fatta di chitarre affilate e di ipnotici giri in crescendo su cui potevamo una volta tanto anche cantarci sopra e sfogare le nostre rabbie, immedesimarci anche quando non li comprendevamo appieno.

Ricordo lunghe discussioni in macchina con il mio amico Michele, nickname 'Il Vile', di come fosse ossessionato da questa 'parola' e di come interagiva con un altro centinaio di utenti-fan su una delle prime mailing list loro dedicate in merito a semantica e semiotica, metriche, allitterazioni e ai vari riferimenti letterari alla 'Viltà'.

Ricordo fantastici e sudatissimi live, tanti, ma non ricordo più i posti in cui li ho visti, tanti anch'essi. Di certo erano comprese città importanti e piccoli buchi di provincia e loro sempre generosi, come animati da un sacro fuoco.

Evito di cadere nel track by track, non vorrei essere patetico, ma quanti occhi chiusi tra la folla mentre 'nuotavamo nell'aria', quanto 'pogo' maledicendo tutte le 'feste meste' sorbite, quanti 'so-so-sonicaaaa' urlati al cielo, riempiendo questo aggettivo di nuovi significati, anche di quelli che non ci erano ancora chiari.

A nome di tutti quelli che almeno una volta nella vita si son 'persi in fondo all'immobile' o 'sentiti forti nel labile', possiamo solo dire 'grazie Marlene, auguri!'.

 

A. Giulio Magliulo